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Saturday, February 25, 2012

Cittadinanza italiana: un cammino lungo ventuno anni

“Free at last! Free at last!”. Sono le ultime parole del famoso e commovente discorso di Martin Luther King “I have a dream” e sono le prime parole che mi piacerebbe pronunciare nell'attimo della mia rinascita “alla libertà”, la mia Festa dell’Indipendenza dal dominio coloniale dei Permessi di soggiorno, la giornata della Liberazione dalla precarietà dello status giuridico. Tra pochi giorni giurerò per divenire un libero cittadino di questa Res Publica, che mi ha aperto le sue porte ventuno anni fa mantenendomi però nell’anticamera dei diritti sino ad oggi. Vorrei raccontarvi questo lungo cammino nelle sue tappe fondamentali.



1991, Settembre - sbarco in Italia a seguito del ricongiungimento con mio padre, frontiera di Fiumicino. Ho 7 anni. Vengo iscritto al primo anno della scuola elementare.

1999 - Inizio a frequentare il liceo scientifico tecnologico.

2001 - Io e la mia famiglia maturiamo il requisito di 10 anni di residenza, richiesto dall’art. 9 lettera f della Legge n. 91 del 1992 in materia di Cittadinanza. Però i miei genitori non hanno ancora pensato di richiederla. In compenso hanno già richiesto ed ottenuto - soltanto per sè - la “Carta di soggiorno”.

 2002 - Compio 18 anni. Cominciano i primi rinnovi dei permessi di soggiorno per “motivi di studio”, con annesse file davanti al commissariato di polizia fin dall’alba per prendere il “numero” per poi fare la fila. Ogni volta mi viene chiesto di stipulare una polizza sanitaria privata (valida soltanto per ricoveri urgenti) della durata annuale, come se fossi entrato in Italia per motivi di studio. Non ho più il medico di famiglia. Mi sento umiliato le prime volte che mi vengono prese le impronte digitali. Mi sento uno straniero e un "sorvegliato speciale" per lo Stato.

2004 - Non riesco a partecipare alla gita a Praga con la mia classe per via del mio Permesso di soggiorno. La Repubblica Ceca non fa ancora parte dell’Unione Europea e, a differenza dei compagni di classe autoctoni, io necessito di un visto per andarci.

2006-2007 - Capisco che la mancanza della cittadinanza è foriera di molteplici limiti. Non posso ancora presentare richiesta di concessione perché la Legge richiede il possesso di un reddito “proprio”, che io non ho essendo studente. Comincio ad interessarmi della legislazione in materia di immigrazione e cittadinanza. Inizio a scrivere per “Metropoli, il giornale dell’Italia multietnica”. Vengo a conoscenza della Rete G2 - Seconde Generazioni ed entro a farne parte, partecipando ad attività di pressione politica verso le istituzioni per la modifica della normativa sulla cittadinanza e di sensibilizzazione della società civile.

2006-2010 - Non riesco a partecipare al programma di mobilità europea Erasmus per studenti universitari, a causa del mio Permesso di soggiorno.

2007 - Pur essendo a carico dei genitori mi si chiede di pagare €150 per l’iscrizione “volontaria” al Servizio Sanitario Nazionale: ho bisogno di fare visite mediche e vaccini per partecipare ad un viaggio nella Repubblica Democratica del Congo. Così ho di nuovo il medico di famiglia, però la tessera sanitaria porta la stessa scadenza del mio permesso di soggiorno...che scade 4 mesi dopo.

2008 - Attraverso uno scambio d’informazioni con altri amici della Rete G2 vengo a conoscenza della Circolare del Ministero dell’Interno del 5 gennaio 2007 che introduce la possibilità di presentare richiesta di concessione anche con il possesso di un reddito del nucleo familiare. Allerto i miei genitori e chiedo loro di muoversi per ottenere dall’India il certificato di nascita e il certificato penale richiesti.

2009, Novembre - Arrivano i documenti dall’India. Io, mio fratello e i miei genitori presentiamo richiesta, pagando €200 ciascuno, più le innumerevoli marche da bollo da €14,62. La mia richiesta e quella di mia madre vengono accolte dalla Prefettura, mentre i certificati indiani di mio padre e mio fratello presentano delle incongruenze: dovranno rifarli ex novo.

2010, Giugno - Vengo convocato in Questura per il colloquio per la cittadinanza. In questa sede viene verificata: «Conoscenza della lingua italiana», «Conoscenza dei principi su cui si ispira l’ordinamento italiano», «Grado di assimilazione nel contesto nazionale», «Benemerenze ottenute dallo Stato Italiano», «Pubblicazioni effettuate» e mi si chiede di «Specificare dettagliatamente i motivi per cui chiede la cittadinanza italiana».

2010 - Ottengo la Laurea in Scienze Politiche-Relazioni Internazionali. Inizio a lavorare con una Onlus che si occupa prettamente di immigrazione. Richiedo la conversione del Permesso di soggiorno da motivi di studio a motivi di lavoro.

2011 - Mi viene rifiutato il rilascio del “Permesso di Soggiorno per Soggiornante di Lungo Periodo” perché il mio reddito da lavoro non è ancora sufficiente e il reddito familiare non viene preso in considerazione. Il mio Permesso viene rinnovato soltanto di un altro anno.

2011, Febbraio - Alla Prefettura di Perugia richiedo il “Codice K10” assegnato alla mia pratica e comincio a verificarne lo stato attraverso il sito internet: https://cittadinanza.interno.it/sicitt/index2.jsp. Stato della pratica: “L'istruttoria è stata avviata. Si è in attesa dei pareri necessari alla definizione della pratica”.

2011, Ottobre - Mando la mail alla Prefettura di Perugia attraverso la Posta Elettronica Certificata, richiedendo l’accesso agli atti della pratica. Alcuni giorni dopo lo stato della pratica cambia in: “L'istruttoria è completa; la domanda è in fase di valutazione”.

2011, Novembre - E’ trascorso il termine di settecentotrenta giorni per la definizione del procedimento, previsto dal DPR n.362 del 18/04/1994. Prendo appuntamento telefonico e mi reco alla Prefettura di Perugia per l’accesso agli atti.

2011, 1 Dicembre - Lo stato della pratica cambia in: "Sono stati acquisiti i pareri - la pratica è in fase di valutazione finale".

2011, 22 Dicembre - Lo stato della pratica cambia in: "Sono stati acquisiti i pareri necessari. Il decreto di concessione è agli organi competenti per la firma".

2012, 17 Gennaio - Il decreto di concessione viene firmato.

2012, 19 Gennaio - Lo stato della pratica cambia in: “L'istruttoria si è conclusa favorevolmente; è in corso di trasmissione il provvedimento di concessione alla Prefettura che ne curerà la notifica. Se risiede all’estero, il decreto sarà inviato all’Autorità Consolare”.

2012, 26 Gennaio - Lo stato della pratica cambia in: “Il decreto di concessione è stato firmato; sarà contattato dalla Prefettura per la notifica del provvedimento e dopo la notifica dovrà recarsi presso il Comune di residenza per il giuramento. Se risiede all'estero sarà contattato dall'Autorità consolare competente".

2012, 16 Febbraio - Ricevo una lettera con l’invito a presentarmi presso la Prefettura di Perugia per il ritiro del decreto di concessione, munito di un certificato storico di residenza (in bollo).

2012, 24 Febbraio - Mi presento in Prefettura per il ritiro del decreto.

2012, 25 Febbraio - Mi presento al mio Comune di Residenza, per prendere l’appuntamento per effettuare il giuramento.

2012, 3 Marzo - Andrò presso il Comune di Città di Castello per giurare "di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato". (Chiunque volesse venire ad assistere è il benvenuto!).

[2012, 23 Marzo - E' la scadenza (sic!) del mio attuale Permesso di soggiorno].

Fonte: http://collettivoalma.wordpress.com/2012/02/25/cittadinanza-italiana-un-cammino-lungo-ventuno-anni/


Tuesday, February 14, 2012

L'identità degli altri

Parlare dell’identità degli altri è un’ossimoro. Cosa ne possiamo sapere dell’identità degli altri? Come possiamo definirla, circoscriverla, studiarla, difenderla, osteggiarla? Possiamo parlare soltanto della nostra identità. Ed io parlo della mia, replicando a Beatrice Lombardi che sul blog “Italians” del Corriere della Sera, parla di quella degli altri.

Parla di noi Beatrice, dei figli degli immigrati, e pensa di poter parlare anche a nome dei propri figli per i quali - a detta sua - mai e poi mai vorrebbe che acquisissero il passaporto giapponese. Io non conosco Beatrice, ma in quanto italiana emigrata in Giappone suppongo che si trovi lì per un periodo definito di tempo, per studio o per lavoro; lei non sembra prospettare un futuro per sè in quel paese e, di conseguenza, non lo vede per i propri figli. Se invece avesse intenzione di restarvi per lungo tempo e di viverci con la propria famiglia, le sue affermazione si potrebbero accostare a quelle di immigrati che in Italia “non si vogliono integrare”; degli integralisti insomma, che vivono in un paese diverso soltanto per un bisogno strumentale e non vogliono far propria la cultura del paese che li ospita e partecipare alla sua vita sociale e politica, ovvero al suo destino presente e futuro. Esistono tanti immigrati così anche in Italia, che spesso “ostacolano l’integrazione dei loro figli”. 
 Mi verrebbe poi da dire - proprio perché le condizioni del suo paese d’appartenenza sono diverse da quelle della stragrande maggioranza degli stranieri che vivono in Italia, e dato che con il passaporto italiano si può muovere e lavorare in tutto il mondo senza grossi problemi - che Beatrice non ha alcun bisogno di integrarsi; la sua “cultura” è degna di essere mantenuta, mentre quella di tanti cittadini di paesi meno civilizzati non è considerata tale. Sulla carta esistono cittadini di serie A e serie B, e quindi esistono passaporti di carta di serie A e serie B; per miliardi di persone è impossibile perfino ottenere visti turistici per molti paesi, mentre altri cittadini possono viaggiare e stabilirsi ovunque. Con il suo passaporto rosso Beatrice può permettersi di non integrarsi; ma se i suoi figli nascessero in Giappone, frequentassero le scuole giapponesi (invece che scuole private dove s’insegna nella lingua d’origine di agiati migranti globali), avessero amici giapponesi, leggessero libri giapponesi, ascoltassero musica giapponese....a quel punto per lei sarebbe più complicato poter parlare con altrettanta leggerezza di “identità”, “origini”, “radici”, “appartenenza”.

«Se ad una coppia di senegalesi, che vive in Italia da 10 anni, nasce un figlio, questo figlio deve essere senegalese, perche’ dovra’ essere lui a scegliere se essere o meno italiano, dopo – quando cresce, in eta’ matura». Secondo Beatrice dovrebbe essere il “piccolo senegalese” a scegliere - da maggiorenne - se essere più libero, avere pari dignità sociale e le stesse possibilità di sviluppare la propria persona, essere uguale di fronte alla legge, ecc. Sarebbe un po’ come nascere in un carcere, privati di molte libertà, e poi man mano che si cresce verrebbero concesse - con la buona condotta e con una logica premiale - le chiavi per aprire un cancello alla volta, fino all’ultimo, quello della massima libertà, la cittadinanza appunto. 
Se così deve essere, cara Beatrice, a che serve avere una scuola pubblica, a che serve avere una “cultura italiana”, a che serve parlare di “integrazione” in questo contesto? Quali legami reali, effettivi, avrebbe il “piccolo senegalese” con il paese d’origine dei suoi genitori? Lui nasce e cresce da italiano. Da adulto, divenuto si spera cittadino italiano (con l’attuale Legge, la n. 91 del 1992, è sempre un terno al lotto!), dovrebbe semmai poter decidere se diventare un immigrato in Senegal. La sua identità, il piccolo italiano figlio di cittadini senegalesi, se la sceglierà da solo, crescendo, attingendo alla cultura che la scuola pubblica italiana gli trasmetterà, leggendo libri in italiano, ascoltando musica italiana, frequentando amici italiani. Ma può anche darsi che lui si sentirà più senegalese dei propri genitori, perché quello potrebbe essere l’unico sostrato culturale nel quale si sente a suo agio, o l'unico che gli viene offerto. Niente è predeterminato, non lo è la cultura e di riflesso non lo è l’identità. L’unica certezza che abbiamo è che siamo tutti esseri umani e ovunque nasciamo dovremmo nascere tutti con gli stessi diritti. In Italia, oggi, nel 2012, non è così. 



Friday, January 27, 2012

Dopo Grillo, Sartori e la “soluzione finale”



Dopo due anni di letargo sull’argomento cittadinanza il professorone è tornato alla carica ispirato dalle parole di Grillo. Era il 20 dicembre 2009 quando il politologo firmò per il Corriere della sera un pezzo degno di un liceale alle prime penne, pieno di strafalcioni storici e una sorta di invito finale ad una nuova crociata anti-islamica. In questa pagina avevo a suo tempo raccolto una parte delle repliche piovute sull’articolo di cui sopra da parte di studiosi di storia, ricercatori, giornalisti e comuni mortali (come il sottoscritto) che hanno smontato parola per parola le infondate asserzioni del Sartori.
Proverò ora a ripetere l’esercizio.

1) La c.d. primavera araba avrebbe rotto le dighe della potenziale “migrazione biblica” che potrebbe riversarsi sul continente europeo. La diga in questione sono i vergognosi accordi con gli ormai ex dittatori di Libia e Tunisia cui avevamo appaltato la reppressione dei migranti dell’Africa Subsahariana, armandoli, tacendo sulle violazioni dei diritti umani e sostenendo economicamente e politicamente i loro regimi. La diga è il cimitero d’acqua nel quale muoiono ogni anno migliaia di giovani la cui sola colpa è aver sognato di migliorare le proprie condizioni di vita.

2) Tralasciando la storia neanche troppo lontana della colonizzazione – le cui conseguenze sono innegabilmente visibili tutt’oggi – l’Africa è affamata perché è stata svenduta nei mercati globali, costretta ad accettare di competere – secondo le sacre regole del libero mercato – con le economie drogate da sussidi di Stato dei paesi occidentali. L’Africa è affamata perché, oltre a farsi depredare delle sue risorse naturali da multinazionali dei paesi c.d. “sviluppati”, sovvenziona letteralmente i paesi ricchi, pagando debiti contratti (o forse sarebbe meglio dire “imposti” dal FMI e dalla Banca Mondiale?) da governi poco legittimati fin dai tempi della decolonizzazione: per ogni dollaro che riceve in sussidi ne deve ripagare 13.

3) Qualche dato statistico. Dei 4.570.317 cittadini stranieri regolari residenti in Italia al 31 dicembre 2010, 2.441.467 provengono da paesi europei, e “soltanto” 986.471 dal continente africano. Inoltre tra i primi 10 paesi di provenienza degli immigrati soltanto 2 stanno in Africa, Marocco e Tunisia, rispettivamente al terzo e decimo posto della classifica. Non mi pare si possa parlare di “invasione”, almeno per l’Italia.
4) «Immigrati di terza generazione». Non sò se moriremo migranti, come si è chiesto in questo stesso blog qualche giorno fa l’amico e collega Milton Fernàndez. Nella mente di Sartori però il “gene migrante” si tramanda di generazione in generazione. Così i nipoti e bisnipoti di cittadini tunisini o algerini trasferitisi mezzo secolo fa in Francia, sono ancora “immigrati”. Così come gli ebrei non potevano, quasi un secolo fa, essere definiti tedeschi o italiani, così oggi immigrati si nasce, si cresce, si muore e ci si reincarna di nuovo! Invito qualche penna/tastiera interessata ad applicarsi nell’esegesi di questo nuovo fenomeno: “la metempsicosi dell’anima migrante”.

5) «Che senso ha, allora, trasformare automaticamente in cittadini tutti coloro che nascono in Italia, oppure, dopo qualche anno, chi risiede in Italia?». La maggior parte delle proposte di legge in materia di cittadinanza oggi depositate in Parlamento non prevedono un automatismo nel diritto di acquisizione. Anche il testo del disegno di legge di iniziativa popolare promosso dalla campagna “L’Italia sono anch’io” prevede che chi nasce in Italia da genitori stranieri acquisisca la cittadinanza solo nel caso in cui almeno uno di questi sia legalmente soggionante in Italia da almeno un anno, e soltanto a seguito di una dichiarazione di volontà espressa in tal senso dal genitore stesso.
A questo punto il grande scienziato politico contesta in toto anche il brocardo “No taxation without representation”, senza però motivare il suo disaccordo se non attraverso un lapidario e poco convincente: «Ma non è così».

6) Veniamo ora alla soluzione finale. Che orrore! Che orrore!
No allo ius sanguinis! No allo ius soli! Quindi no alla cittadinanza, sempre e comunque!
Ma soltanto «la concessione della residenza permamente trasferibile ai figli, ma pur sempre revocabile». Insomma, la ex “Carta di soggiorno”, che oggi si chiama “Permesso CE per soggiornanti di lungo periodo”. Esiste già, quindi non serve introdurre innovazioni. Basta abolire la legge sulla cittadinanza.
Basta! Cittadini italiani non si nasce e non si diventa, se non avete geni italiani/europei/ariani!
Come vogliamo chiamarla questa teoria rivoluzionaria (o meglio, reazionaria), l’eugenetica dei diritti? O tribalismo giuridico?
Il professore che ho conosciuto nei manuali ai tempi dell’università, quello che ha scritto decine di libri sulle definizioni di democrazia, oggi ripudia la Costituzione, le Carte sui diritti dell’uomo e gli stessi principi democratici quando afferma che «L’unica privazione di questo status è il diritto di voto; il che non mi sembra terribile a meno che i residenti in questione vogliano condizionare e controllare un Paese creando il loro partito (islamico o altro)».
Auguriamoci che queste fallaci idee senili non vengano prese sul serio, per il bene dell’Italia e dell’Europa.

Fonte: Blog del Collettivo A.L.M.A.


Friday, January 6, 2012

Ho capito un po' di più una cosa

A quest'ora della notte posso dire di aver capito un po' di più una cosa. Una cosa che a sommi capi sapevo già, perchè letta e riletta in molti libri. Ma non credo di averla mai sedimentata del tutto nella mia coscienza del mondo e delle cose. Oggi, pertanto, ho deciso di scriverla per fissarla, e di non dimenticarla più.

I paesi c.d. "ricchi", c.d. "occidentali", c.d. del "primo mondo", c.d. "grandi potenze" (spesso coincidenti con i paesi "democratici"), sono quello che sono soltanto grazie al colonialismo.
Le tecniche di guerra, gli strumenti di viaggio, le scoperte geografiche hanno permesso loro di dominare, sterminare e schiavizzare i popoli delle Americhe, dell'Africa e dell'Asia Orientale e di utilizzarne la forza-lavoro per sfruttare e privare di ogni bene naturale quelle terre.
La religione diede il suo placet e benedì la Conquista delle terre abitate dai meno-che-uomini. La Bibbia viaggiò per gli oceani assieme al fucile. Un altro libro fu brandito, quello della Legge dell'uomo bianco: il diritto rese giuste le già sante ingiustizie del Conquistatore.

A così servì quell'immane stupro? Servì a costruire le infrastrutture materiali e culturali dell'ineguaglianza. A legittimare l'ineguaglianza grazie alla Legge. A mantenere in vita il drenaggio di ricchezza grazie allo sfruttamento nel nome della civilità e, più tardi, della democrazia. Ad aumentare fino all'inverosimile la potenza di fuoco, delle armi, della cultura e della vera Storia dell'uomo bianco.

Le inesorabili e naturali Leggi dell'economia dell'uomo bianco sono diventate le Leggi di tutti. Le economie locali, l'agricoltura, l'artigianato dei popoli soggiogati sono state distrutte per far posto ad un'economia globalizzata della dipendenza, funzionale allo sviluppo dell'industria degli Stati colonizzatori. Oggi come allora i popoli del c.d. "terzo mondo" producono soltanto materie prime a basso costo per le industrie dei paesi c.d. "sviluppati" (grazie al colonialismo e allo sfruttamento forsennato e violento di risorse umane e naturali); sono costretti a coltivare monocolture ed estrarre materie prime per l'esportazione, ed importare tutto il resto. I poveri aumentano, molti muoiono di fame. Coltivano foraggio per la carne dei piatti dei ricchi, e non posso coltivare le terre per il proprio sostentamento.
Così si crea la dipendenza, si affamano i popoli e si favorisce il business degli aiuti umanitari.

Apparentemente la schiavitù non c'è più. Allora perché le diseguaglianze stanno aumentando? Forse perché la schiavitù c'è ancora, e l'abbiamo accettata perché è stata resa accettabile e presentabile, edulcorata di molti elementi che la caratterizzerebbero nell'immaginario collettivo? Ritengo che la schiavitù sia presente come non lo è mai stata nella storia dell'umanità, e che la nostra capacità di non vederla equivale a quella di ignorare la presenza di Superman dietro agli occhiali di Clark Kent.
Come in uno Truman Show non riusciamo a guardare negli occhi chi ci sta scrutando fuori dalla scatola allestita per farci esistere.

Ma il passato non è semplicemente passato. La storia si ripete continuamente. Alla prima grande "accumulazione primitiva" dei tempi della colonizzazione delle Americhe ne sono seguite tante altre, molte delle quali le vediamo in atto ancora oggi: sono le guerre per il petrolio, per i minerali, per il legno, per la terra, per l'acqua. C'è sempre qualcuno cui si può togliere tutto o qualcosa restando impuniti e ingiudicati.

Il paradigma coloniale oggi vive all'interno dello stesso occidente, verso le sue minoranze, verso i suoi poveri, verso gli immigrati; vive nei paesi c.d. "in via di sviluppo", che per "svilupparsi" colonizzano la loro stessa popolazione, sfruttandola, sterminandola e schiavizzandola nel nome dello sviluppo, delle Leggi del mercato e della democrazia. Accade in India, in Cina, in Brasile e accadrà ovunque il capitalismo e il profitto prevarranno sul valore della vita umana e dell'ambiente naturale che la rende possibile.


Wednesday, September 28, 2011

Le molte cose impoveriscono il Papalagi

Potete riconoscere il Papalagi (l'uomo bianco, l'europeo, ndt) anche dal suo tentativo di convincerci che siamo poveri e infelici e abbiamo bisogno di tanto aiuto e compassione perché non possediamo le cose.
[...]
Dove sono le capanne del Papalagi, in quei luoghi che chiamano città, la terra è deserta proprio come una mano stesa, e anche per questo il Papalagi è impazzito e si è messo a fare il Grande Spirito ("Dio", ndt): per dimenticare quel che non ha. Afferra e raccoglie cose, come il folle raccoglie foglie appassite, e ci riempie la sua capanna, perché  è tanto povero e la sua terra così triste. E per questo ci invidia e desidera che anche noi diventiamo poveri quanto lui.
E' segno di grande miseria, che l'uomo abbia bisogno di tante cose: dimostra così di essere povero delle cose del Grande Spirito. Il Papalagi è povero perché brama tanto le cose. Senza le cose non riuscirebbe a vivere. 




Tratto da: Papalagi, Discorso del capo Tuiavii di Tiavea delle isole Samoa 


Sunday, August 21, 2011

They hate you if you're clever and they despise a fool

As soon as your born they make you feel small,
By giving you no time instead of it all,
Till the pain is so big you feel nothing at all,
A working class hero is something to be,
A working class hero is something to be.
They hurt you at home and they hit you at school,
They hate you if you're clever and they despise a fool,
Till you're so fucking crazy you can't follow their rules,
A working class hero is something to be,
A working class hero is something to be.
When they've tortured and scared you for twenty odd years,
Then they expect you to pick a career,
When you can't really function you're so full of fear,
A working class hero is something to be,
A working class hero is something to be.
Keep you doped with religion and sex and TV,
And you think you're so clever and classless and free,
But you're still fucking peasents as far as I can see,
A working class hero is something to be,
A working class hero is something to be.
There's room at the top they are telling you still,
But first you must learn how to smile as you kill,
If you want to be like the folks on the hill,
A working class hero is something to be.
A working class hero is something to be.
If you want to be a hero well just follow me,
If you want to be a hero well just follow me.

--John Lennon - Working class hero


Tuesday, July 19, 2011

Ah sì?

Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita.
Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta.
La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l'uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.
I genitori furibondi andarono dal maestro. «Ah sì?» disse lui come tutta risposta.
Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo.
Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.
La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino.
Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quel che disse fu: «Ah sì?».
Fonte: 101 Storie Zen (http://www.101storiezen.com/3-ah-si.html)